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Movimento: il nuovo farmaco

movimento

Il segreto per essere in buona salute e che sia il movimento è che lo spirito si riposi.
Anonimo

C’è un farmaco
che opportunamente somministrato
cura e previene diverse patologie e diversi tipi di disturbi

L’attività fisica ha il grande pregio di essere uno strumento di prevenzione, oltre a rendere la vita quotidiana efficiente, migliorando i livelli di forza, resistenza, flessibilità e benessere.

Per migliorare lo stato di salute si deve essere fisicamente attivi, adottando uno stile di vita corretto. Mantenere il proprio stato di salute significa posticipare l’insorgenza di patologie gravi come l’ipertensione, le malattie cardiovascolari, l’ictus e il diabete o riuscire comunque a limitarne i danni in tempo.

È il movimento il nuovo “farmaco” prescrivibile dalla classe medica.

Perché prescriverlo?

Mentre in passato le malattie croniche riguardavano prevalentemente i soggetti anziani, adesso sono diffuse anche fra i giovani adulti e, a volte, si osservano in bambini e in adolescenti. Fra le cause più importanti di questo cambiamento nel rischio di sviluppare malattie croniche c’è la diffusione sempre maggiore dell’inattività fisica e della sedentarietà.

Nonostante gli effetti positivi del movimento sulle patologie croniche non trasmissibili siano da tempo documentati dalla più autorevole letteratura scientifica internazionale, l’attività fisica rimane tuttavia poco praticata. Ecco perché si rende necessario creare le condizioni per passare dal semplice consiglio a una vera e propria prescrizione del movimento come farmaco, con dosi e orari precisi.

Di prevenzione si parla molto negli ultimi anni, soprattutto di quella collegata allo sport: innumerevoli sono gli studi che hanno dimostrato l’importanza dell’esercizio fisico per il benessere del corpo e della mente. La prevenzione agisce su livelli diversi: in prima istanza evita l’insorgenza di una patologia, ma se la patologia viene diagnosticata, la prevenzione aiuta nella diagnosi allo stadio iniziale e nella risoluzione con limitate complicazioni.

Per quanto riguarda la prevenzione primaria, svolgere una sana e regolare attività fisica, abbinata ad un’alimentazione equilibrata, significa guadagnare uno stato di salute migliore da un punto di vista qualitativo.

Nel caso in cui una patologia sia già in corso nel soggetto, l’attività fisica interviene in maniera “riparatoria”, come nel caso di sovrappeso o ipertensione arteriosa.

Il movimento in questo caso può essere utilizzato come vera e propria terapia di riabilitazione.

Con l’esercizio fisico e una dieta adeguata si possono evitare in una percentuale del 70-80% il diabete dell’adulto con la riduzione della glicemia di base, ictus cerebrali, tumori, osteoporosi, malattie cardiovascolari e metaboliche migliorando il profilo lipidico.
Inoltre si può recuperare la non autosufficienza dell’anziano e aiutare i pazienti oncologici a ritrovare il benessere psicofisico dopo le cure.

Rimanere attivi nell’arco della giornata
è il miglior farmaco che possiamo assumere!

Il movimento fisico è importante anche perché produce endorfine, delle particolari sostanze dette anche “molecole della gioia” che aumentano l’umore, alleviano il senso di stanchezza, riducono la depressione e migliorano in generale la percezione della propria vita. Attraverso la produzione di adrenalina, è in grado di dare uno scossone all’intero sistema nervoso aiutando così a tenere sotto controllo ansia, depressione e psicosi varie.

Infine non è da trascurare l’aspetto psicologico: prendere parte a gruppi sportivi, per esempio, consente di sviluppare relazioni sociali e favorisce l’inclusione.

What are you doing? Hurry Up!

 

Dott.ssa Maria De Marinis

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Carboidrati e diabete: un problema di quantità o di qualità?

carboidrati e diabete

Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro.
Friedrich Nietzsche

Nella relazione fra carboidrati e diabete conta più la quantità o la qualità?

Se una persona soffre di diabete, o se vuole semplicemente seguire una dieta non diabetogena, avrà tutto l’interesse a sapere se i cibi che mette in tavola sono tutti uguali nel rapporto con questa malattia, oppure se ce ne sono alcuni che è meglio evitare ed altri da preferire.

Il rapporto fra amidi e fibre da cereali è un nuovo criterio per decidere che cosa portare in tavola secondo i ricercatori della Harvard T.H.Chan School of Public Health di Boston che hanno condotto uno studio sull’amido e sulle fibre provenienti da diversi alimenti.
I risultati sono stati pubblicati sull’American Journal of Clinical Nutrition.

I ricercatori hanno visto che l’apporto totale di carboidrati non è risultato associato con l’insorgenza di diabete; al contrario il rischio aumentava in presenza di elevati consumi di amido o di bassi consumi di fibra.

Il risultato più evidente è stato che, se la quantità di amido ingerita (grammi di amido) era superiore alla quantità di fibre (grammi di fibra), il rischio di avere il diabete aumentava significativamente.
Il tutto, indipendentemente dall’apporto totale di carboidrati ingeriti.
Quindi il migliore parametro per predire l’insorgenza della malattia è il rapporto fra amido e fibra proveniente dai cereali: quando tale rapporto risulta più elevato, il rischio di diabete aumenta significativamente.

Questa ricerca valorizza gli alimenti a base di cereali integrali, scarsamente utilizzati nel nostro Paese, e potrebbe indurre a un ampliamento della varietà dei cereali presenti sulle nostre tavole: non più quasi esclusivamente frumento, riso e mais, ma anche segale, orzo e avena, che hanno un elevato contenuto di fibre, in particolare di quelle solubili, che aiutano a controllare la sazietà e la risposta glicemica postprandiale, contribuendo a ridurre il rischio di sovrappeso e di diabete.

Non ha senso “temere” i carboidrati: scegliere gli alimenti ricchi in fibre o con basso indice glicemico (come pasta e riso parboiled) non solo non aumenta, ma riduce il rischio di diabete.

Alimenti ricchi in fibre o con basso indice glicemico, come la segale e l’avena contribuiscono a prevenire il diabete.

carboidrati

 

Dott.ssa Maria De Marinis

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La Vitamina D

vitamina D

Gira il tuo viso verso il sole e le ombre cadranno dietro di te.
Proverbio Maori

Agli inizi dell’ottocento esistevano gli ospedali elioterapici in cui venivano curati le persone affette da tubercolosi tramite l’esposizione al sole e la stessa terapia era usata per il rachitismo: i bambini miracolosamente guarivano con la luce del sole.

Questa terapia era però utilizzata senza conoscere il motivo della sua efficacia. In seguito si scoprì cheanche il fegato di merluzzo aveva il potere diguarire il rachitismo, ma la correlazione tra questo e la luce solare si capì solo molto più tardi, quando a metà del Novecento venne scoperta la vitamina D.

Quando mi sono laureata, ormai diversi anni fa…, mi è stato insegnato che la vitamina D aveva esclusivamente una funzione:

favorire il riassorbimento di calcio a livello renale, l’assorbimento intestinale di fosforo e calcio ed i processi di mineralizzazione dell’osso (senza un adeguato apporto di vitamina D, l’organismo non può assorbire efficacemente il calcio).

Da qui la sua unica funzione di costruttrice di ossa sane e di ostacolo contro l’osteoporosi e le fratture ad essa ascrivibili. Punto.

Poi fortunatamente la Scienza ha fatto un sacco di progressi in merito, rivalutando questa molecola e riconoscendole un ruolo molto più importante: è stata elevata al rango di ormone!

 

Oggi le si riconoscono molte altre funzioni importantissime:

  • Interviene nella regolazione del sistema immunitario (bilancia Th1/Th2): l’azione di regolazione sul sistema immunitario è particolarmente potente, tanto che la vitamina D diventa molto utile nell’affrontare patologie complesse come la sclerosi multipla e altre malattie autoimmunitarie
  • Molti dati indicano anche che la vitamina D è un potente protettore nei confronti dei tumori. La ragione è legata al fatto che la vitamina D è uno dei più importanti regolatori del ciclo cellulare e quindi capace di contenere e di regolare nel modo corretto la proliferazione delle cellule.
  • Effettua azione preventiva nei confronti del diabete, ipertensione (la vitamina D regolarizza la pressione sanguigna attraverso vaso dilatatori come l’ossido nitrico) e le malattie cardiocircolatorie.
  • È basilare come regolatore dei disturbi dell’umore (depressione compresa) e l’ipotiroidismo.
  • La vitamina D è inoltre responsabile del 3% dell’espressione del nostro genoma. Significa che è in grado di determinare come si esprimerà un nostro gene!

Uno studio pubblicato su FASEB Journal ha dimostrato che la vitamina D agisce sul gene TPH2 e trasforma il triptofano in serotonina ed attiva anche gli ormoni ossitocina e vasopressina (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24558199).

Bassi livelli di serotonina sono associati con tendenze suicide, disordine ossessivo-compulsivo, alcolismo, depressione e ansia.

L’ossitocina è considerabile come “ormone del piacere” con funzioni strettamente emozionali come il legame tra madre e figlio, lo stato emotivo, il riconoscimento sociale, l’autostima ecc. Studi hanno dimostrato che bassi livelli di ossitocina sono legati alla schizofrenia e alla depressione.

La vasopressina invece viene definito da molti scienziati come “ormone della fedeltà” che induce alla socializzazione ed alle relazioni sentimentali più stabili. Molti studiosi hanno provato che livelli di vasopressina troppo sotto soglia inducono alla rabbia, alla scarsa capacità di relazionarsi e al tradimento del partner.

 

Quali sono le fonti di Vitamina D?

La vitamina D può avere origine endogena, infatti è prodotta grazie all’esposizione della pelle alla luce solare poiché è presente nella pelle sottoforma di 7-deidrocolesterolo, che conl’irradiazione solare si trasforma incolecalciferoloo vitamina D3 .

L’esposizione alla luce solare è molto importante poiché negli alimenti i livelli di vitamina D sono bassi. È presente nei pesci grassi (salmone, tonno, sgombro, sardine,merluzzo) e nei funghi secchi, ma in dosi minime. Così, per ovviare alle carenze, un tempo si somministrava ai bambini olio di fegato di merluzzo, che ne è ricchissimo.

Ma è evidente che l’olio di fegato di merluzzo sono decenni che non viene più somministrato perché ha un sapore terribile, mentre i pesci grassi vengono acquistati con parsimonia perché abbastanza costosi e magari pieni di mercurio, le uova vengono limitate dai medici perché “aumentano il colesterolo” (parliamone…), il fegato non è di uso comune (anche perché quello di adesso è ricco di tossine).

Inoltre, in molte zone del mondo la luce solare è scarsa per molti mesi l’anno. Inoltre, il lavoro moderno e i vestiti rendono sempre più difficile per il nostro organismo produrre quantità sufficienti di questa vitamina.

Oggi sappiamo con certezza da numerosi studi che la carenza di vitamina D è molto diffusa e assumerne una quantità aggiuntiva è fondamentale per la salute.

 

Ma quali sono i livelli ottimali di vitamina D nel sangue?

Questa vitamina preziosa per la nostra salute circola nel sangue sotto forma di 25(OH)D (25-idrossicolecalciferolo), molecola che viene misurata per verificare che i livelli nell’organismo siano adeguati, ossia maggiori di 30ng/ml.

Se mantenere un adeguato apporto di vitamina D è importante in tutte le fasi della vita, lo è in modo particolare per le donne in gravidanza, che per la sua carenza hanno un aumentato rischio di pre-eclampsia, una delle più gravi complicanze in questa delicata fase della vita femminile.

Il dottor Holich del Boston Medical Center è una delle massime autorità mondiali nello studio di questa vitamina, propone questo “barometro” di riferimento per ottenere i massimi risultati:

barometro

Parlatene con il vostro medico, perché ormai i dati che dimostrano che la vitamina D è estremamente importante sono tanti ed è un’integrazione semplice, facile e c’è un diretto esame del sangue che definisce esattamente il livello di carenza e, quindi, la necessità specifica di dosaggio per ognuno di noi.

 

Dott.ssa Maria De Marinis

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I fichi non sono dei frutti!

fichi

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
Genesi

Nati in Mesopotamia, gli storici pensano che i fichi siano i frutti coltivati da più tempo dall’umanità. Infatti nel 2006 gli archeologi ne hanno trovati negli scavi nel villaggio di Gilgal, nella Valle del Giordano, datati 11.400 anni.

Il Fico Sacro in Egitto rinasceva in ogni primavera e con lui, anche il dio Osiride. Pianta sacra tra gli Antichi Egizi, il cui legno veniva utilizzato anche per la creazione di magnifici sarcofagi. La simbologia nascosta dietro questa pianta ci riconduce all’eternità e la rinascita.

I fichi sono dei falsi frutti, cioè sono una forma complessa chiamata siconio che è un’infruttescenza carnosa e dolcissima; un bel fiore che si chiude su se stesso e tiene i veri frutti al suo interno, quelli che noi comunemente reputiamo i semi.

I fichi sono ricchi di zuccheri, acqua e grassi e al loro interno non mancano le fibre e i minerali tra cui: potassio, fosforo e sodio. Inoltre sono un’ottima fonte di vitamine del gruppo B, vitamine C e A.

Noto principalmente per i benefici che svolge sul sistema digestivo, il fico, grazie ad alcuni enzimi contenuti al suo interno, aiuta il nostro corpo ad assimilare meglio i cibi. Normalizza infatti la produzione dei succhi gastrici, agendo anche da antinfiammatorio nei confronti delle pareti intestinali.

Ha effetti lassativi, infatti il fico è utilizzato come rimedio naturale contro la stipsi. Grazie alle mucillagini smuove l’intestino, favorendo l’espulsione delle sostanze di scarto.

Il fico è un alimento molto energetico quindi l’ideale per uno sportivo. È perfetto per chi pratica sport di resistenza, dato che contiene ferro, potassio e magnesio, prevenendo la fatica e i crampi.

Purtroppo, come molta frutta “zuccherina”, il fico non è adatto per i diabetici e in generale per chi ha problemi di peso.

L’apporto di zuccheri dei fichi, se non viene adeguatamente bilanciato dalla presenza di altri alimenti, può far impennare la glicemia, alzare l’insulina e accelerare l’accumulo di adipe. Chi è ghiotto di fichi è bene che non li consumi mai da soli ma abbinati sempre a una fonte proteica (come uno yogurt naturale, la ricotta o anche il prosciutto crudo privato del grasso) e a una fonte di grassi “buoni”: noci, nocciole o mandorle…

 

fichi e formaggio

Prova l’insalata conformaggi d’alpe o di caprae fichi!

Gli ortaggi freschi crudi o poco cotti accompagnati da alimenti integrali (pane nero, riso integraliche apportano fibre), proteine e grassibuoni limitano l’assorbimento degli zuccheri semplici.

 

Attenzione, quelli secchi andrebbero evitati o consumati comunque con parsimonia in quanto contengono 256 kcal e ben 58 g di zuccheri per 100 g.

 

Curiosità

Dal fico si fanno i formaggi…

Un enzima estratto dal lattice del Ficus, la ficina, è ampiamente utilizzato,sia dalla tradizione contadina che dall’industria alimentare, come coagulante nella produzione di alcuni formaggi e soprattutto per intenerire le carni.

 

Dott.ssa Maria De Marinis

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Indice o carico glicemico? Facciamo chiarezza

indice o carico

”Amor che nella mente mi ragiona” cominciò egli a dir si dolcemente che la dolcezza ancor dentro mi suona.
Dante Alighieri

Le espressioni “indice glicemico” e “carico glicemico” sono utilizzate per descrivere concetti legati al metabolismo degli zuccheri ma rischiano di creare confusione se non se ne comprende il corretto significato.

I carboidrati rappresentano una componente essenziale della dieta quotidiana e forniscono all’organismo l’energia “pronta per l’uso” di cui ha bisogno per funzionare al meglio. Non tutti i carboidrati, però, sono uguali: cambia per esempio la loro capacità di modificare la concentrazione di glucosio nel sangue dopo il pasto e la velocità con cui vengono assorbiti, proprietà che hanno effetti importanti sulla salute.

L’indice glicemico, IG abbreviato, è quel valore che rappresenta la velocità con cui un alimento alza la glicemia, ossia i livelli di zucchero nel sangue.

Praticamente questo indice ci aiuta a misurare la velocità di digestione ed assorbimento dei cibi contenenti carboidrati e il loro conseguente effetto sulla glicemia e ci permette di capire, di conseguenza, quanta insulina il nostro corpo è portato a produrre.

Viene usato come valore di riferimento il glucosio o il pane bianco, il cui indice glicemico infatti è pari a 100 e si esprime in percentuale, quindi corrisponde al 100%. Il glucosio è uno zucchero semplice e in quanto tale viene assimilato molto velocemente per poi essere messo in circolo nel sangue con lo scopo di andare a “nutrire” le cellule.

 

Da cosa è influenzato l’IG?

Ci sono diversi fattori che determinano indici glicemici più o meno alti:

a) La manipolazione del cibo tende ad alzare i valori di IG dell’alimento in questione;

b) Il tipo di carboidrato: più un carboidrato è semplice e raffinato, più l’IG sarà elevato;

c) La cottura, ad esempio il pane abbrustolito ha un IG inferiore al pane fresco;

d) La presenza di fibre, le quali abbassano l’indice glicemico;

e) Il grado di maturazione: un frutto acerbo ha un indice glicemico inferiore da un frutto molto maturo;

f) L’interazione dei carboidrati con gli altri macronutrienti contenuti nel cibo preso in considerazione. Infatti la presenza di proteine, ma soprattutto di grassi tende a rallentare la velocità di assorbimento degli zuccheri a livello intestinale, quindi ad abbassarne l’IG.

 

Sulla base dell’IG gli alimenti vengono classificati in:

– Cibi ad ALTO INDICE GLICEMICO (115-55)

– Alimenti a MEDIO INDICE GLICEMICO (55-35)

– Alimenti a BASSO INDICE GLICEMICO (35-0)

 

Consumare spesso molti cibi ad alto indice glicemico potrebbe creare una condizione pericolosa detta di “insilino-resistenza”, cioè il nostro corpo diventa sordo alle richieste di insulina che, col tempo, risulta sempre più insufficiente a gestire i livelli di zucchero nel sangue, sfociando poi in una condizione diabetica.

 

Carico glicemico: conta anche la quantità

Dopo un pasto che contiene carboidrati il livello di glucosio nel sangue sale e il livello di questo incremento dipende non solo dalla qualità dello zucchero consumato (IG), ma anche dalla quantità. Si parla allora di “carico glicemico” una misura che tiene conto sia della qualità che della quantità dei carboidrati in un pasto.

ll carico glicemico serve a capire quanto alzerà la glicemia “una porzione” del cibo preso in considerazione. Quest’informazione può rivelarsi preziosa poiché non è detto che un alimento con un alto indice glicemico abbia per forza un effetto molto negativo sulla nostra glicemia.

Come per l’IG anche per il carico glicemico esistono le categorie “basso”, “medio” e “alto” nelle quali sono classificati i diversi alimenti e che corrispondono a valori di carico glicemico: <10 (basso), tra 11 e 19 (medio) e > 20 (alto).

Il carico glicemico di un alimento si ottiene moltiplicando il suo indice glicemico per la quantità di carboidrati contenuti in quell’alimento e dividendo il risultato per 100.

 

Per comprendere meglio, facciamo un esempio: la zucca e gli spaghetti hanno entrambi un indice glicemico molto alto, ma per alzare la glicemia in modo analogo è necessario consumare una quantità molto superiore di zucca rispetto a quella di spaghetti. Questo perché la percentuale di carboidrati presente nella zucca è particolarmente ridotta se paragonata a quella che troviamo nella pasta.

Al contrario, un alimento con IG alto può avere un carico glicemico inferiore di un altro alimento con IG più basso.

Per fare un esempio pratico, confrontiamo 500 grammi di uva con 50 grammi di biscotti secchi.

L’uva ha un indice glicemico di circa 48; poiché 500 grammi di uva contengono circa 75 grammi di carboidrati, il carico glicemico è 75×48/100= 3,60.

I biscotti hanno un indice glicemico di circa 65; poiché 50 grammi di biscotti contengono circa 35 grammi di carboidrati, il carico glicemico è 35×65/100= 2,28 ossia inferiore a quello dell’uva.

 

L’utilità di questi valori

Questi due parametri risultano importanti per poter monitorare l’apporto di carboidrati e i livelli di zucchero nel sangue. In particolar modo potrebbero rivelarsi utili per specifiche malattie, come ad esempio il diabete di tipo 2, dove bisogna fare sempre i conti con cosa si mangia e quanto zucchero si assorbe.

Un diabetico infatti dovrebbe prediligere alimenti con un basso IG, in modo da evitare eccessivi picchi glicemici e innalzamenti della concentrazione di glucosio nel sangue. Questo però non basta, è indispensabile anche contenere il carico glicemico complessivo del pasto.

Infatti, quello che interessa sono i valori di un pasto, non del singolo alimento.

Lo stimolo che questo dà alla produzione di insulina è dato dal combinarsi con gli altri cibi che lo accompagnano. C’è differenza se un piatto di pasta è condito con il burro o con un pugno di fagioli».

Di conseguenza basarsi solo ed esclusivamente sull’indice glicemico potrebbe essere fuorviante!

Per questo motivo è molto importante considerare il carico glicemico come parametro che tenga conto del contenuto di carboidrati presenti nell’alimento che si sta osservando.

 

Dott.ssa Maria De Marinis

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Sclerosi multipla e alimentazione

sclerosi multipla

Da qualche parte, qualcosa di incredibile è in attesa di essere scoperto.
Carl Sagan

Che cos’è la sclerosi multipla?

La Sclerosi Multipla (SM) è una patologia infiammatorio-degenerativa del Sistema Nervoso Centrale a decorso cronico che colpisce il giovane adulto.

La Sclerosi Multipla (SM) è una malattia in cui il sistema immunitario attacca la mielina, la sostanza che protegge come un isolante le fibre nervose, determinando un disturbo di connessione funzionale.

Ne consegue tutta una serie di sintomi molto diversi e variabili nel tempo, a seconda di localizzazione e gravità delle lesioni, con forme progressive, con un peggioramento continuo dei sintomi, che possono comunque cambiare nell’evolversi della patologia, e forme recidivanti-remittenti in cui i sintomi tendono a comparire e scomparire, con attacchi seguiti da fasi di remissione, più o meno completa.

Le zone in cui la mielina viene danneggiata sono dette “placche“. Con il passare del tempo le placche diventano più dure a causa della formazione di tessuto cicatriziale (“sclerosi“): da qui il nome della malattia.

 

Le cause

La sclerosi multipla è una malattia multifattoriale che ha come conseguenza la perdita della mielina dei neuroni (demielinizzazione).

Tra i fattori chiamati in causa nell’origine della malattia ci sono fattori genetici, ambientali, infettivi.

A seguito dell’interazione complessa di tali fattori si viene a determinare l’attivazione di alcune cellule del sangue, dette linfociti, che penetrando nel sistema nervoso producono una reazione autoimmunitaria verso la mielina danneggiandola.

 

Quali sono i soggetti più a rischio?

La sclerosi multipla colpisce ogni anno circa 60.000 mila persone in Italia (la regione con più alta frequenza di casi è la Sardegna) e più di un milione di individui nel mondo.

La malattia interessa maggiormente individui tra i 20 e i 40 anni di età con maggiore prevalenza nelle donne che hanno una probabilità doppia di ammalarsi. Negli anziani e nei bimbi compare più raramente.

 

L’alimentazione può avere un ruolo nel trattamento dei sintomi?

Un recente lavoro mostra un nuovo ambito di ricerca per il trattamento dei sintomi della sclerosi multipla.

La moderna ricerca sta mostrando come protocolli di digiuno intermittente e di restrizione calorica possano essere efficaci nel mantenere il benessere e aumentare la longevità e possono anche affiancarsi al trattamento farmacologico di tutta una serie di patologie, tra le quali la sclerosi multipla.

Uno studio recente indaga il ruolo di una dieta che imiti il digiuno nel ridurre i processi autoimmuni e nel mitigare i sintomi della sclerosi multipla.

Lo studio, che vede tra gli autori Valter Longo, uno dei maggiori studiosi di invecchiamento e restrizione calorica, è stato pubblicato recentemente su Cell Reports (Volume 15, Issue 10, p2136–2146, 7 June2016 ).

Lo studio è stato condotto su dei topi nei quali è stata indotta una patologia neurologica molto simile alla Sclerosi Multipla. Accanto al lavoro sugli animali è stato compiuto anche uno studio randomizzato, durato tre mesi, su pazienti affetti da Sclerosi Multipla recidivante-remittente.

Il lavoro sul modello animale ha permesso di approfondire i meccanismi alla base dei benefici osservati, mentre lo studio sui pazienti umani è servito per controllare l’efficacia, la sicurezza e soprattutto la sostenibilità del protocollo.

 

I risultati dello studio sul digiuno nel modello animale sono stati

  • Riduzione in maniera significativa i sintomi della malattia
  • Riduzione della risposta autoimmune
  • Riduzione dei processi di demielinizzazione
  • Promozione della rigenerazione della guaina mielinica

Si tratta quindi di un protocollo con possibili applicazioni terapeutiche nell’uomo?

I risultati sono incoraggianti e paiono confermare quanto osservato nel modello animale, ma ovviamente richiedono studi più approfonditi:

  • I pazienti che hanno seguito una dieta con restrizione calorica hanno mostrato un netto miglioramento dei sintomi, miglioramento che è risultato maggiore per i soggetti a digiuno.
  • Nei soggetti a digiuno si è registrata anche una riduzione dei linfociti, in corrispondenza del periodo di digiuno (effetto poi ridotto a termine digiuno).
  • Sia la restrizione calorica che il digiuno sono stati ben tollerati dai pazienti

 

Il digiuno quindi funziona contro la sclerosi multipla?

Nel modello animale di sclerosi multipla i cicli alternati di digiuno e di alimentazione normale riducono i sintomi. Si pensa che venga ridotto il numero di cellule del sistema immunitario che causano la demielinizzazione e che lo stress determinato dal digiuno favorisca la rigenerazione di numerosi tipi cellulari e probabilmente anche la rimielinizzazione delle lesioni.

Nell’uomo gli effetti del digiuno si sono rivelati significativi nel ridurre la severità dei sintomi e nel determinare un transitorio calo dei linfociti. Nello studio, però, si è utilizzato un singolo ciclo di digiuno seguito da tre mesi di dieta mediterranea. I ricercatori sono convinti che il ruolo positivo del digiuno sia reso possibile dal suo esser ripetuto nel tempo con cicli successivi.

Questa ricerca ci fornisce un importante spunto di indagine per un trattamento che possa contribuire ad alleviare i sintomi della sclerosi multipla e portare alla riduzione, se non alla scomparsa, delle lesioni a carico del sistema nervoso centrale.

 

Dott.ssa Maria De Marinis

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Come riconoscere le intolleranze alimentari

intolleranze

Se vuoi realmente fare qualcosa troverai il modo… Se non vuoi veramente troverai una scusa
JimRohn

L’intolleranza alimentare è l’incapacità totale o parziale di digerire e metabolizzare un alimento. Questo termine è spesso associato al termine allergia, erroneamente usato come sinonimo.

La presunta intolleranza nei confronti di un cibo è spesso ritenuta responsabile dei più disparati disturbi, dal gonfiore intestinale alla difficoltà di perdere peso. Circa il 25% della popolazione sostiene, infatti, di soffrire di intolleranza o allergia alimentare, sebbene i numeri della scienza stimino una prevalenza reale del 3-5%.

Ma che differenza c’è tra allergia e intolleranza alimentare? Termini spesso utilizzati indifferentemente. E come si riconoscono?

L’allergia è la produzione di anticorpi (IgE) verso un determinato allergene, così come si producono anticorpi per esempio verso i pollini di graminacee; l’intolleranza è l’incapacità totale o parziale di digerire e metabolizzare un alimento. L’allergia alimentare si manifesta in genere con la cosiddetta sindrome orale allergica, caratterizzata da prurito, gonfiore alle mucose orali e alla lingua. Possono poi presentarsi anche orticaria e gonfiore di labbra e palpebre oppure ci possono essere anche disturbi di tipo gastro-intestinale come dissenteria, nausea o crampi addominali. L’intolleranza, a differenza dell’allergia, costituisce una reazione avversa ad un alimento che non coinvolge il sistema immunitario e la sua manifestazione spesso è sfumata, con sintomi comuni ad altri disturbi: dissenteria, nausea, crampi addominali, perdita di peso, mancanza di appetito.

L’intolleranza al lattosio è la più diffusa tra le intolleranze da difetti enzimatici. Il lattosio è uno zucchero presente nel latte che viene digerito grazie ad un enzima chiamato lattasi.

Esistono anche numerose intolleranze nei confronti di alcuni non-nutrienti presenti in alcuni cibi che in alcuni individui suscettibili possono provocare la comparsa di sintomi che vanno dall’orticaria ai dolori addominali, dalla diarrea al mal di testa. Tra le sostanze responsabili:

  • Istamina, presente in vino, spinaci, pomodori, pesce mal conservato, acciughe e formaggi stagionati;
  • Tiramina, formaggi stagionati, birra, vino, lievito di birra, pesce affumicato, spinaci, banane;
  • Caffeina, caffè e numerose bevande dolci gassate;
  • Solanina, patate, melanzane, pomodori;
  • Teobromina, tè e cioccolato;
  • Solfiti, utilizzati come antiossidanti e conservanti in vini, zuppe, succhi e bevande;

L’intolleranza oggi più nota è l’intolleranza al glutine, una proteina presente nei cereali, che determina la celiachia, una patologia che può essere anche estremamente severa.

Per capire se si soffre di un’intolleranza alimentare è fondamentale consultare il medico e sottoporsi a visita allergologica o gastroenterologica. Grazie alla visita e ai sintomi riportati si potrà fare una prima distinzione tra eventuale allergia o intolleranza. Per diagnosticare una allergia ci sono i Prick test (test cutanei) e il Rast test per il controllo della reazione allergica a diversi tipi di sostanze anche se non danno la certezza completa delle cause scatenanti l’allergia. Altro test molto usato è il Patch Test che serve soprattutto per individuare reazioni da contatto.

Per diagnosticare le intolleranze purtroppo non ci sono molti test validati scientificamente e ben pochi di questi esami, spesso molto costosi, hanno una qualche utilità. Un test utilizzato per la diagnosi di una patologia dovrebbe essere accurato — avere cioè una stretta corrispondenza con il valore reale che si intende misurare — e preciso — ovvero dare risultati riproducibili, costanti e non equivoci, sullo stesso campione.

Purtroppo molti dei test che vengono proposti per la diagnosi di intolleranze alimentari non soddisfano questi due basilari requisiti: nel migliore dei casi si tratta di test che presentano scarsa accuratezza, ridotta precisione e forte dipendenza dalle capacità dell’operatore. Nel peggiore, si tratta di vere e proprie prese in giro basate su concetti pseudoscientifici, privi di ogni validazione e utilità. I test alternativi, come il Vega test, che sfrutterebbe le variazioni di potenziale elettrico della pelle per individuare gli alimenti mal tollerati, il Dria test, che si fonda sul principio secondo cui ogni disfunzione dell’organismo sarebbe accompagnata dalla riduzione della forza di determinati gruppi muscolari, o ancora i test kinesiologici, il test citotossico o l’analisi del capello – sono tutti privi di un corredo di solide evidenze scientifiche.

Tra i test diagnostici validati vi sono l’H2-breath test al lattosio, di competenza del gastroenterologo, che identifica un’intolleranza allo zucchero del latte, e lo screening sierologico per la celiachia, che consente di individuare una serie di anticorpi – anticorpi antiendomisio (EmA) e antitransglutaminasi tissutale (anti-tTG) – altamente predittivi di malattia celiaca, che in ogni caso deve essere confermata da una biopsia intestinale.Oggi per individuare un’intolleranza al lattosio determinata certamente dalla carenza dell’enzima lattasi è a disposizione anche un test genetico.

Quindi, sottoporsi senza criterio a test non convenzionali per l’individuazione di intolleranze alimentari non solo può rivelarsi controproducente, ma addirittura rischioso nel caso in cui, eliminando fondamentali componenti dalla dieta senza gli opportuni accorgimenti per compensare ciò che viene a mancare, l’alimentazione risulti impoverita e sbilanciata, con possibili ripercussioni negative sullo stato globale di salute.

Dott.ssa Maria De Marinis

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Proprietà e benefici di un frutto dimenticato: il gelso

gelso

Fresche le mie parole ne la sera ti sien come il fruscío che fan le foglie del gelso nela man di chi le coglie silenzioso.
G. D’Annunzio

La coltivazione del gelso (Moruscelsa), così comune un tempo, oggi è quasi del tutto dimenticata. Lo si vede sporadicamente in qualche parco, o viale alberato, come semplice albero ornamentale. E i suoi frutti, le more di gelso, vengono lasciate sui rami, a maturare fino a cadere e a marcire.

Il gelso è una pianta originaria della Cina settentrionaleappartenente alla famiglia delle Moraceae (dal celtico mor = nero, che si riferisce al colore dei frutti neri maturi) che cresce a tutte le latitudini (meglio nelle temperature tropicali).

Il gelso bianco, in particolare, è una pianta famosa soprattutto per il suo legno, utilizzato per la fabbricazione di botti per l’invecchiamento, nonché per essere il cibo preferito dai bachi da seta: infatti le sue foglie sono l’unico alimento di cui questo insetto si nutre per fabbricare il suo prezioso bozzolo.

In Cina, oltre che per la produzione della seta, il gelso bianco era utilizzato anche dalla medicina tradizionale: infatti le more bianche di questa pianta possiedono virtù curative per numerose patologie che affliggono il nostro organismo, grazie alla presenza di sostanze come acido malico, acido citrico, carotene e soprattutto la vitamina C, in grado di ridurre i processi d’invecchiamento cellulare e implementare le difese immunitarie del nostro corpo.

Ogni parte dell’albero del gelso può essere utilizzata a scopo fitoterapico: frutti, foglie, corteccia e radici contengono numerosi principi attivi che la rendono utilissima a scopo terapeutico contro parecchi disturbi oggi molto comuni, come il diabete e la stipsi.

 

I frutti del gelso

I frutti, chiamati impropriamente more di gelso, sono delle drupe succulente, simili alle comuni more di Rovo, ma con forma oblunga. Si distinguono principalmente in gelso nero e gelso bianco, anche se esistono altre varietà meno conosciute, come il gelso rosso, proveniente dal Nord America.

La maturazione delle more di gelso avviene, a seconda delle varietà, da fine maggio, a tutto luglio in modo scalare.

Per quanto riguarda i valori nutrizionali, il gelso è un frutto poco calorico (circa 40 kcal per 100g), contiene buone quantità di ferro (circa 185 mg per 100 g) e discrete quantità di potassio, manganese e magnesio. Tra le vitamine troviamo vitamina C, vitamine del complesso B e vitamina K.

 

Le proprietà delle more di gelso

Aiuta a prevenire i tumori ed è un alleato per la salute del cuore

Una delle componenti principali della mora del gelso è rappresentata dalle antocianine, composti che danno il colore rosso-bruno ai frutti e il resveratrolo, un potente antiossidantecon azione vaso-protettrice, presente anche nell’uva e nel vino rosso, con proprietà cardioprotettive. anti-ipertensiva ed antitumorali.

La loro caratteristica principale è quella di essere potenti antiossidanti capaci di neutralizzare i radicali liberi, molecole in grado di danneggiare le strutture cellulari e il DNA.

 

E’ un frutto adatto a chi soffre di diabete perché normalizza di livelli di glucosio

Numerosi studi hanno dimostrato che gli estratti di Morus alba (appunto la mora di gelso) sarebbero un coadiuvante naturale nella cura del diabete di tipo 2 e sono capaci di ridurre l’appetito stabilizzando così il peso corporeo. In particolare il merito è del miglitolo, una molecola contenuta in grandi quantità nel frutto del gelso. Questa sostanza è capace di inibire degli enzimi, le glucosidasi, che normalmente servono per assorbire il glucosio. Così facendo la quantità di zucchero assorbito risulta minore e la glicemia può rimanere costante.

È anticolesterolo

All’interno della mora sono contenuti i fitosteroli, molecole di origine vegetale che diminuiscono l’assorbimento di colesterolo a livello intestinale contribuendo a ridurre di circa il 15% la quantità del pericoloso grasso circolante nel sangue. Inoltre i flavonoidi, attraverso la loro potente attività antiossidante, contribuiscono a mantenere pulite le arterie grazie all’incremento del colesterolo buono (HDL).

 

Curiosa leggenda

Secondo un’antichissima leggenda, tratta dal IV Libro delle Metamorfosi di Ovidio,molto amata nel Medioevo e citata anche nel Purgatorio di Dante, i frutti di gelso, prima candidi, si tinsero di rosso cupo in memoria del sangue di Piramo e Tisbe, due giovani innamorati tebani di nascita, ostacolati dalle famiglie, che, un po’ come Romeo e Giulietta, trovarono la morte per un tragico caso del destino, vicino ad un albero di gelso.

Da oggi fermarsi sotto un albero di gelsi, e godere dei suoi frutti, sarà terribilmente romantico!

Dott.ssa Maria De Marinis

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Fave e Favismo

Fave e Favismo

Le fave appartengono alla famiglia delle leguminose, il nome botanico è Viciafaba.

Le fave fresche, con il loro quasi l’84% di acqua, sono un alimento a bassissimo contenuto calorico, circa 40 kcal per 100 gr, rispetto ad altri legumi (ad esempio fagioli freschi con 291 kcal, piselli con 52 kcal e ceci secchi che ne apportano 316) e sono oltretutto un ottimo alleato per la salute.

Contengono circa 5 g di fibra pari ad 1/6 di quanto se ne dovrebbe assumere al giorno, utile per aumentare il senso di sazietà e ridurre il colesterolo. Sono un’ottima fonte di ferro e potassio e discreta fonte proteica. Le fave sono anche un’eccellente fonte di vitamina C, 33mg/100g, più della metà di quanto raccomandato giornalmente per un individuo adulto, a patto che si consumino crude.

Purtroppo questo prezioso alimento deve essere completamente assente dalla dieta di numerosi individui affetti dalla malattia nota come favismo, un difetto congenito ed ereditario dell’enzima glucosio 6-fosfato deidrogenasi (G6PD), un enzima fondamentale per la sopravvivenza e la funzionalità dei globuli rossi.

 

La mancanza di G6PD può provocare una “rottura” dei globuli rossi e la conseguente fuoriuscita della emoglobina che si disperde nel sangue.

 

In questo modo viene provocato uno stato di anemia e viene meno la capacità del sangue di trasportare l’ossigeno nei vari distretti corporei. Le conseguenze per la salute possono essere ovviamente molto gravi.

La carenza di G6PD è di origine genetica ed è diffusa in alcune popolazioni; in Italia è molto diffusa in alcune zone della Sardegna, fino al 30 % delle persone ne è colpita. In generale i maschi sono più colpiti delle femmine ed i bambini sono più sensibili degli adulti.

 

Quali sostanze scatenano il favismo?

Anche se i livelli fisiologici di G6PD sono bassi generalmente sono compatibili con condizioni di vita normale. I problemi sorgono quando le persone “carenti” assumono delle sostanze in grado di “inibire” l’attività della poca G6PD presente e quindi provocare la malattia di cui è stato fatto cenno.

I problemi avvengono quando queste persone non sono consapevoli del loro difetto genetico e mangiano le fave, che contengono quantità elevate di due sostanze chimiche, Divicina e Convicina.

Sin dall’antichità si sa che il consumo di fave è in grado di scatenare la malattia che prende appunto il nome di “favismo”. Solo in tempi relativamente recenti si è scoperto che la Divicina e la Convicina (le cui proprietà sono quelle di agenti ossidativi potenti), presenti naturalmente nelle fave, sono in grado di inibire l’attività della G6PD. Nei soggetti normali la G6PD presente nei globuli rossi li difende efficacemente dall’ “attacco ossidativo”. Se invece la G6PD è carente i globuli rossi vengono distrutti: si ha cioè un’anemia acuta, in una parola il favismo.

Si è anche visto che alcuni farmaci come i sulfamidici, alcuni antimalarici e il blu di metilene hanno la capacità di inibire l’azione della G6PD. La maggioranza delle persone ha un livello di G6PD sufficientemente elevato e non risente in modo significativo dell’assunzione di inibitori assunti con una abbondante mangiata di fave e/o dei farmaci usati a scopo terapeutico.

 

Cosa fare per prevenire e curare il favismo?

La carenza di G6PD può essere accertata con esami clinici di laboratorio. Purtroppo però al momento non si conoscono terapie in grado di innalzare i livelli dell’enzima nelle persone in cui l’enzima è carente.

La misura di profilassi più efficace è quella di evitare alle persone “carenti” l’esposizione agli inibitori della G6PD presenti nelle fave e anche ai farmaci di cui abbiamo parlato.

È ovviamente molto importante che negli esercizi commerciali e nella ristorazione collettiva sia segnalata in modo adeguato la presenza di fave.

 

Dott.ssa Maria De Marinis

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Reflusso gastroesofageo: sintomi, cause, rimedi

reflusso

Un fuoco a lungo celato diventa un incendio difficile ad estinguere.
Confucio

Provi spesso un senso di fastidio dietro lo sterno, come se qualcosa risalisse dallo stomaco?

Hai spesso una sensazione di bruciore in fondo alla gola?

Hai spesso la sensazione di amaro o acido in bocca?

Soffri di bruciore allo stomaco o rigurgito acido due o più volte alla settimana?

Se hai risposto affermativamente allora potresti soffrire di reflusso gastroesofageo.

 

COS’È?

Il reflusso gastroesofageo è la risalita involontaria e frequente dei succhi gastrici e di parte del contenuto dello stomaco lungo l’esofago, talvolta fino alla gola.

Se la valvola che separa l’esofago dallo stomaco non funziona correttamente, il contenuto dello stomaco che si trova nell’addome può risalire lungo l’esofago nel torace.

Quando il disturbo si presenta più volte nel corso della giornata e si associa ad altre complicazioni si parla di malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE).

 

I SINTOMI PIÙ COMUNI DEL REFLUSSO ESOFAGEO

Il sintomo più comune è il bruciore, a livello dello stomaco o dietro lo sterno.

Il sintomo diventa acuto durante la notte e quando ci si corica. Nei casi gravi, il dolore al petto è così intenso da essere confuso con un attacco di angina pectoris.
Ci possono anche essere sintomi aspecifici, come raucedine, laringite, disturbi alle corde vocali o tosse cronica a causa della spiccata acidità dei succhi gastrici che, passando all’interno dell’esofago, provoca l’irritazione delle mucose e, talvolta, delle vie respiratorie e della gola.

 

LE PRINCIPALI CAUSE DEL REFLUSSO ESOFAGEO

Esistono numerose cause di reflusso gastroesofageo:

  • Il rilassamento, e quindi l’incontinenza, della valvola posta alla fine dell’esofago che dovrebbe impedire il movimento retrogrado del contenuto gastrico.
  • Il prolungato ristagno di cibo nello stomaco
  • Il sovrappeso, soprattutto se caratterizzato da depositi di grasso addominale, può avere un ruolo importante. Infatti, l’accumulo di grasso comporta un aumento della pressione all’interno del compartimento addominale e quindi dello stomaco, che tende a spingere il contenuto gastrico verso l’alto.

Altre condizioni che possono contribuire alla malattia da reflusso gastroesofageo sono rappresentate da: fumo di sigaretta, alcune malattie neurologiche autoimmuni, assunzione cronica di alcuni farmaci, stress.

 

CURE E RIMEDI PER IL REFLUSSO

Nel curare il reflusso gastroesofageo, l’alimentazione gioca un ruolo importante.

La terapia iniziale si basa su un’adeguata educazione alimentare, volta a ridurre il peso corporeo (soprattutto la circonferenza addominale) e sulla modifica dello stile di vita.

È dimostrato che alcuni cibi e determinati comportamenti possono favorire gli episodi di reflusso perché allungano i tempi di svuotamento dello stomaco o sono irritanti.

Ecco alcuni consigli e rimedi:

  • Evitare il fumo e gli alimenti che potrebbero peggiorare l’acidità come cioccolata, menta, caffè, alcolici, pomodoro, agrumi.
  • Evitare di coricarsi subito dopo i pasti, soprattutto quando pesanti o abbondanti e di consumare un pasto leggero alla sera.
  • Evitare i pasti abbondanti, preferendo pasti piccoli e frequenti.
  • Privilegiare un’alimentazione a basso contenuto di grassi.
  • Evitare cibi e bevande troppo calde o troppo fredde
  • Evitare l’assunzione di abbondanti quantità di liquidi durante i pasti, gli stessi vanno sorseggiati lentamente nel corso della giornata.
  • Evitare anche i farmaci che possono aumentare l’acidità gastrica, come gli antinfiammatori e alcuni ansiolitici.
  • Mangiare lentamente, masticando con calma i bocconi.

Se i disturbi permangono nonostante le correzioni alimentari, vengono prescritti dei farmaci, che possono essere:

  • Antiacidi che neutralizzano l’acido nello stomaco. Hanno un’azione rapida ma sono utili solo come rimedio sintomatico.
  • Farmaci che bloccano la produzione di acido: gli inibitori della pompa protonica

La chirurgia per il trattamento del reflusso gastroesofageo è considerata una misura “estrema” ed è riservata a pazienti che non rispondono ai farmaci e che presentano contemporanei problemi anatomici, come ernie iatali di grandi dimensioni.

 

ALIMENTI DA EVITARE

  • Cibi fritti, piatti già pronti (perché per la loro preparazione sono spesso utilizzati molti grassi).
  • Salse con panna, sughi con abbondanti quantità di olio, margarina, burro, strutto dolci con creme.
  • Carni molto cotte: stracotti, gulasch, bolliti, ragù.
  • Grasso visibile della carne e degli affettati. Insaccati.
  • Superalcolici.

 

ALIMENTI DA CONSUMARE CON PARSIMONIA

  • Cioccolato, agrumi e succo d’agrumi, pomodoro (soprattutto crudo) e succo di pomodoro, cipolla, peperoni, aglio, peperoncino, pepe, menta.
  • Caffè anche decaffeinato, tè, bevande gassate.
  • Vino (massimo 2 bicchieri al giorno per i maschi, 1 per le femmine)

 

ALIMENTI CONSIGLIATI

Un’alimentazione corretta contribuisce a mantenere il corpo, e quindi la voce, in buona salute, scopriamo quali sono gli alimenti adatti:

  • Cereali integrali, frutta e verdura (almeno una porzione a pasto, nei casi più gravi prevalentemente cotta o centrifugata), acqua (non meno di 1,5 litri al giorno).
  • Latte o yogurt scremati o parzialmente scremati.
  • Formaggi: primo sale, fiocchi di latte, mozzarella di vacca, o formaggi parzialmente decremati, come il Parmigiano Reggiano DOP.
  • Carne di pollo, tacchino, coniglio, vitello, maiale (nei tagli più magri).
  • Pesce: branzino, sogliola, orata, merluzzo (limitare il consumo di pesci grassi come salmone, capitone, anguilla).
  • Molluschi e crostacei (consumo limitato massimo 1 volta a settimana).
  • Prosciutto crudo, cotto, speck, bresaola, affettato di tacchino/pollo.
  • Olio extra-vergine di oliva a crudo..

Non è detto che a tutti quelli che soffrono di questo disturbo giovi l’eliminazione di agrumi, pomodoro, cibi acidi, fritti, cioccolato, caffè, spezie, menta e bevande gasate. Perciò la loro eliminazione, secondo una recente revisione, pubblicata su Current Gastroenterology Report, dovrebbe essere adottata solo da chi realmente ne trae vantaggio. Per poterlo capire, c’è chi suggerisce di tenere un diario alimentare in modo da poter più facilmente riconoscere gli alimenti che danno problemi.

Rimane in ogni caso valida — secondo Massimo Zuin, professore di Gastroenterologia dell’Università di Milano— la raccomandazione di dimagrire se si è in sovrappeso: un eccesso di grasso addominale rende meno efficiente il sistema muscolare sfinteriale che impedisce il reflusso del contenuto gastrico nell’esofago e provoca un aumento della pressione all’interno dell’addome e dello stomaco che aumenta il reflusso di acido in esofago

 

QUANDO CONSULTARE IL MEDICO

Se i sintomi del reflusso diventano cronici e si presentano più volte nel corso delle 24 ore è utile chiedere un parere al medico.

Oppure in caso di abbassamento di voce e mal di gola non legati alle consuete patologie stagionali e respiratorie.

Avvertenze: i consigli dietetici qui forniti sono puramente indicativi e non debbono essere considerati sostitutivi delle indicazioni del medico, in quanto alcuni pazienti possono richiedere adattamenti della dieta sulla base della situazione clinica individuale.

 

Dott.ssa Maria De Marinis

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ll peso risulta influenzato dal salto della colazione!

salto-colazione

Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si ha mangiato bene.
Virginia Woolf

Il peso e il suo mantenimento e/o recupero è fortemente influenzato da abitudini alimentari irregolari.

La prima colazione è un pasto importantissimo perché fornisce il primo segnale metabolico di attivazione dell’organismo mediato dalla leptina. Saltare la colazione o consumarne una troppo leggera significa invece fornire all’organismo un segnale di cautela e prudenza, che si trasforma ben presto in un rallentamento metabolico, spostando l’attitudine naturale del corpo dal consumo all’accumulo. Inoltre, saltare la colazione è spesso associato all’obesità, al diabete di tipo 2, all’ipertensione e alle malattie cardiovascolari. Il consumo della colazione innesca la corretta espressione del gene dell’orologio ciclico che porta a un miglioramento del controllo glicemico.

Saltare la colazione sconvolge i “geni dell’orologio circadiano” che lo regolano; mentre è dimostrato che chi mangia di più a colazione mangia meno e meglio durante il resto della giornata.

Una buona prima colazione è composta da una parte di frutta e verdura fresche (che porta uno sprint di vitamine e sali minerali), una parte di carboidrati (meglio integrali), e una (essenziale) parte proteica.

 

Una colazione salata è più nutriente?

Non ha molto senso parlare di colazione “salata” o “dolce” ma di colazione “proteica”.

Se mangio delle crèpes, o un’omelette frutta e cannella, per esempio, ho inserito importanti proteine ma in versione dolce. E va benissimo. Se invece per variare scelgo salato, e mi mangio della pizza salata, ho aggiunto solo un’ulteriore quota di carboidrati (insieme a un sacco di sale).

Un esempio di ottima colazione, dunque, può prevedere un frutto o un centrifugato di frutta e verdura per incominciare, seguiti da fette di pane integrale tostato con della marmellata di frutta, da completare con un uovo biologico alla coque.

Ricorda: i punti fondamentali sono la presenza di carboidrati solo integrali, e sempre di una fonte di proteine.

La colazione va fatta entro una mezz’ora dal risveglio. Aspettare più a lungo può già dare un segnale di allarme all’organismo a meno che tu non sia uno sportivo che si allena al mattino presto: in tale caso si farà colazione appena rientrati dall’attività.

 

E tu di che colazione sei?

Dott.ssa Maria De Marinis

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Theobroma, “Cibo degli Dei”

cioccolato

La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita!
Forrest Gump

Afrodisiaco, antidepressivo, cibo e bevanda: il cacao eccita l’intelligenza, nutre riccamente corpo e mente!

In inverno, accanto al camino acceso o sotto al plaid, è immancabile la tazza di cioccolato che fuma e scotta le mani. Per gli amanti del nero non è possibile resistere al suo profumo e al suo gusto piacevole e forte. Ancora di più se, al gusto irresistibile del cioccolato, si aggiungono note benefiche sostenute dalla ricerca scientifica.

Il cacao, è un prodotto naturale, ricco di molti componenti fisiologicamente attivi.

La ricerca scientifica ha riconosciuto al cacao le virtù che un oscuro naturalista svedese gli aveva applicato: theobroma, parola che in greco significa “cibo degli dei”.

La teobromina, sostanza simile alla caffeina, è uno stimolante del sistema nervoso centrale e interagisce con un neurotrasmettitore, la serotonina, con effetti positivi sull’umore e sul sonno.

Anticamente, usato in Messico dagli Aztechi e dai Maya, era considerato la bevanda dell’amore, capace di rendere inizialmente iperattivi e sazi ‘d’amore’, e al contempo dotato di capacità rilassanti, calmanti e antidepressive, e per oltre duemila anni nelle pratiche mediche.

L’insieme di questi sintomi, non sono invece dovuti all’amore, ma esclusivamente alla produzione, nell’organismo di sostanze con proprietà simili all’anfetamina, e precisamente la feniletilammina e la serotonina. Il cioccolato è capace di contrastare stati d’ansia e di depressione e di indurre sensazioni di piacere, benessere fisico e psichico ed un’aumentata capacità lavorativa.

Alcune ricerche hanno anche individuato la presenza di una sostanza simile ai cannabinoidi, l’anandamide in grado di stimolare le percezioni sensoriali ed indurre euforia, e curiosa è la sua implicazione nella capacità di indurre il desiderio di cioccolato. Sarebbe infatti l’anandamide che porta alla ricerca della consistenza, del gusto e anche dell’odore caratteristico del cioccolato, tanto da spingere chiunque a mangiarne sempre di più.

Nella polvere di cacao, inoltre, è presente la teobromina, un alcaloide dall’azione eccitante che sembra non avere effetti negativi sul sistema nervoso centrale e cardiovascolare. Il cioccolato nero, contiene metilxantine, sostanze simili alla caffeina a cui è attribuito la capacità di tenere svegli e di favorire la concentrazione.

Il cacao è un’ottima fonte di fosforo più di quanto ne contenga il pesce, ma anche di potassio, magnesio, rame, zinco, ferro e di vitamine (A, B, E e PP).

Nonostante il cioccolato sia una miniera di nutrienti, che singolarmente svolgono interessanti ruoli benefici sull’umore e sugli stati d’ansia e depressivi, dell’azione protettiva sembrano essere responsabili, però, solo particolari sostanze antiossidanti, appartenenti alla famiglia dei flavonoidi, le procianidine. Il cioccolato fondente, grazie al contenuto in cacao, rappresenta una delle più generose fonti alimentari di flavonoidi, rinomati antiossidanti presenti negli alimenti di origine o derivazione vegetale, come il tè, il vino rosso, gli agrumi e i frutti di bosco.

Studi epidemiologici dimostrano che un’aumentata assunzione di flavonoidi è associata alla riduzione del rischio di eventi cardiaci gravi, ed al contrasto delle condizioni di stress ossidativo che accompagnano disturbi come la malattia coronarica e altre malattie vascolari, ictus, malattie infiammatorie e cancro.

 

TUTTO BENE, MA COME LA METTIAMO CON I GRASSI CONTENUTI NEL CIOCCOLATO FONDENTE?

I trigliceridi contenuti nel cioccolato fondente contengono approssimativamente:

  • 33% di acido oleico: lo stesso presente nell’olio di oliva, con proprietà ipocolesterolemizzanti
  • 33% di acido stearico: con effetto neutro sui livelli plasmatici di colesterolo.
  • 33% di palmitico: acido grasso saturo dalle proprietà ipercolesterolemizzanti.

Si potrebbe dire che gli effetti metabolici dell’acido oleico, palmitico e stearico tendono ad annullarsi vicendevolmente, avendo un impatto teoricamente neutro sulla colesterolemia.

 

SFATIAMO UNA CATTIVA INFORMAZIONE

Il cacao non fa venire la carie!

Il cacao amaro è ricco di tannini, i floruri e i fosfati. Questi aiutano a ridurre la perdita ed anche a proteggere da carie e placca. Inoltre il cacao amaro contiene alcuni antibatterici naturali.

Il cacao non fa venire i brufoli!

Gli studi smentiscono il luogo comune che lo mette sotto accusa: non esiste alcun nesso tra il consumo di cioccolato e la formazione di sfoghi acneici.

 

MA ATTENZIONE: NON È TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA!

Non dimentichiamo che 100g di cioccolato contiene circa 500 Kcal! Ma per chi non ha problemi di peso e potrebbe consumarne in più, vorrei aggiungere che il cioccolato fa bene se il consumo è moderato.

 

CURIOSITÀ

I Maya pensavano che il cacao fosse una bevanda capace di liberare i segreti più nascosti e di aumentare i piaceri sessuali. Preparavano una bevanda utilizzando i semi di cacao, arrostiti e frantumati in cilindri di pietra, da cui si ricavava un succo denso e amaro che veniva poi diluito con acqua e aromatizzato con pepe e peperoncino, ed infine bollito.

A casa è possibile realizzare la bevanda afrodisiaca sciogliendo del cacao amaro in acqua bollente e aromatizzandolo con vaniglia, cannella e una spruzzata di peperoncino.

Scoprirete se i Maya avevano ragione per davvero oppure no!

Dott.ssa Maria De Marinis

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Carenza di vitamina B12: presta attenzione al tuo cervello!

vitamina b12

La libertà è innanzitutto il diritto alla disuguaglianza.
Nikolaj Berdjaev

Che sia per motivi etici, religiosi, ambientali o di salute, circa il 10% degli italiani ha scelto di rinunciare a qualsiasi tipo di carne e in alcuni casi anche ai prodotti di origine animale (dati A.V.I. Associazione Vegetariana Italiana).

Esiste un corretto bilanciamento nutrizionale in una alimentazione vegetariana o vegana?

Le diete vegetariane correttamente pianificate, comprese le diete vegane, sono adeguate dal punto di vista nutrizionale, e possono conferire benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie.

In caso contrario si può andare incontro a stati carenziali che, se non opportunamente trattati, possono mettere a rischio la salute.

Per esempio ci possono essere carenza di calcio, ferro, vitamina D e vitamina B12, nutrienti fondamentali, la cuiassenza può comportare anemie, vertigini, difficoltà di concentrazione, perdita della memoria edebolezza.

 

Gli effetti della carenza di vitamina B12

La vitamina B12 è la più grande e complessa delle vitamine, che si trova solo negli alimenti a base animale. Le piante non producono, usano o contengono questa vitamina.

È una vitamina idrosolubile cruciale per il cervello e il sistema nervoso, la formazione dei globuli rossi e il DNA. I primi sintomi di carenza di vitamina B12 comprendono affaticamento, depressione, ansia, perdita di appetito, pallore, intorpidimento o formicolio alle mani e ai piedi e scarsa memoria. Infatti, i problemi di memoria e i processi mentali lenti sono i problemi cognitivi più comunemente segnalati associati alla carenza di vitamina B12.

Man mano che i livelli diminuiscono, i sintomi diventano più gravi. Grave carenza provoca danni irreversibili al cervello e al sistema nervoso e può portare alla demenza. Bassi livelli di B12 sono anche associati allo sviluppo del morbo di Parkinson.

La carenza di questa vitamina può richiedere diversi anni per diventare evidente. Questo perché il corpo adulto immagazzina circa 2-5 mg di B12, metà dei quali è nel fegato. Questo è sufficiente per durare 3-5 anni; ma la carenza può sorgere entro un anno se le riserve sono inizialmente basse.

 

Carenza di vitamina B12 e bambini

La questione della carenza è ancora più urgente nei bambini. Durante la gravidanza, il feto immagazzina vitamina B12 nel fegato e questa riserva può durare per diversi mesi dopo la nascita, a seconda di quanto ne fornisca la madre. Se lei ha un basso contenuto di B12 e / o svezza il suo bambino con una dieta carente di B12, quel bambino diventerà molto rapidamente vulnerabile agli effetti della mancanza di vitamina B12.

“In particolare, i bambini allattati al seno da madri con carenza di vitamina B12, ad esempio a causa di una dieta vegana, possono essere colpiti da danni gravi e irreversibili al SNC (sistema nervoso centrale)”.

I tipici segni di carenza nei bambini includono il ritardo dello sviluppo cerebrale e delle abilità cognitive, oltre al rallentamento della crescita e dello sviluppo generale, letargia, tremori e iper-irritabilità. Potrebbe anche esserci anemia.

È importante che il trattamento integrativo venga somministrato in modo tempestivo, a causa degli effetti cognitivi a lungo termine. Fortunatamente, se il trattamento viene somministrato in tempo utile, il recupero è molto rapido, con importanti miglioramenti osservati entro pochi giorni dal trattamento con l’inversione dei sintomi.

 

Vegetariani e vegani Adulti

La carenza di vitamina B12 una volta era considerata rara nei vegetariani, ma ora è nota per essere comune tra le persone in tutte le diverse varianti vegetariane.

“I bassi livelli di vitamina B12 sono associati con il morbo di Alzheimer, la demenza vascolare e il morbo di Parkinson.”

La carenza di vitamina B12 è regolarmente considerata proporzionata al grado di vegetarismo, ovvero minore è il consumo di prodotti animali, maggiore è il rischio.

In una recensione di 18 studi sullo stato di vitamina B12 di vegetariani e vegani adulti (NutritionReviews, Volume 71, Issue 2, 1 February 2013, Pages 110–117,), è stato trovato che:

  • La carenza era maggiore tra i vegani rispetto ai vegetariani.
  • I vegani di cibi crudi presentavano livelli particolarmente elevati di carenza: fino al 47% tra i giovani.
  • Nei bambini, quelli che erano stati vegetariani fin dalla nascita presentavano più alti tassi di carenza di quelli che avevano adottato la dieta più tardi nella vita.

“La prevalenza di deplezione o carenza di vitamina B12 tra i vegetariani variava da circa l’11% al 90%”.

 

Come garantire una vitamina B12 adeguata

C’è una soluzione semplice, che non compromette le proprie scelte: integrazione e / o fortificazione alimentare. Sfortunatamente, i cibi fortificati tendono ad essere altamente trasformati… i prodotti industriali, non particolarmente salutari, è meglio mangiarli solo occasionalmente. La supplementazione giornaliera è una soluzione ideale.

Qualunque sia la dieta o lo stile di vita che scegli, per qualsiasi motivo, è la tua scelta e il tuo diritto di scelta. Tuttavia, è sempre consigliabile essere ben informati e adottare le necessarie precauzioni per evitare conseguenze dannose e inattese.

Dott.ssa Maria De Marinis

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San Valentino, a tavola con Afrodite!

san valentino

Gli afrodisiaci sono il ponte gettato tra gola e lussuria
Isabelle Allende

Il rapporto tra amore, cibo e seduzione è un legame strettissimo e dalle origini antiche; celebrato da sempre dal cinema (due titoli per tutti: Il pranzo di Babette” e “Come l’acqua per il cioccolato”)viene sottolineato anche da alcuni modi di dire che sono ormai entrati nel linguaggio comune, in cui vocabolario amoroso e gastronomico si intrecciano spesso e volentieri: pelle color di pesca, labbra carnose e a forma di ciliegia, bocca a cuore, occhi a mandorla…

Esiste un filo rosso che lega amore, cibo e sesso. Il cibo spesso assume un significato che va al di là del puro concetto di nutrimento fisico; spesso diventa un mezzo per lenire le pene d’amore, una compagnia per una sera di solitudine. Altre volte è un messaggio per condividere momenti felici (quando si festeggia un particolare evento o una ricorrenza) o per comunicare emozioni e sentimenti, come l’amore. E quale occasione migliore se non San Valentino, per sfruttare il potere del cibo nel recapitare amore al proprio lui o alla propria lei?

Il termine di origine greca “afrodisiaco” indica ogni sostanza capace di esaltare lo stimolo o il potere sessuale e deriva da Afrodite, dea dell’amore e della bellezza venerata dai romani con il nome di Venere. Il cibo afrodisiaco è quello che per forma e consistenza, per simbolismo, odore e sapore evoca il “profumo dell’intimità”. Ma esistono davvero i cibi afrodisiaci?

Da tempo immemorabile la cultura gastronomica ha dato grande importanza alla conoscenza e all’uso degli alimenti da usare come stimolo erotico. Nella civiltà greca e romana i più grandi poeti di quel periodo cantarono le lodi di numerosi alimenti ritenuti capaci di esaltare le virtù amorose. I Greci consigliavano a tale scopo cipolle, tartufi, miele, uova, storione, pesci, crostacei; questi ultimi probabilmente perché provenivano dal mare che aveva dato i natali ad Afrodite. A questi alimenti, i Romani aggiunsero gli organi genitali di alcuni animali come l’asino, il lupo, il cervo, animali selvatici ritenuti validi sotto il profilo sessuale perché evocavano la potenza correlata al “selvatico”.

Alcune scoperte sugli effetti extra-nutrizionali dei cibi sembrano confermare il legame tra alimentazione e attività sessuale. Il sedano e il tartufo, per esempio, sono conosciuti come cibo afrodisiaco contenendo ormoni steroidei analoghi ai feromoni che, nell’uomo e in altri animali, fungono da richiamo olfattivo per la riproduzione.
Però il mondo della scienza non la pensa proprio così e si limita ad ammettere che alcuni cibi contengono sostanze stimolanti o hanno proprietà vaso dilatatorie. Però esiste davvero un rapporto indiretto tra cibo e desiderio sessuale, ma l’effetto afrodisiaco sembra essere legato più alla location in cui viene presentato, offerto e alla modalità con cui viene consumato.

Tra le sostanze più comuni che sono considerate afrodisiache ci sono le spezie come il peperoncino che, oltre al suo colore rosso, è un ottimo vasodilatatore e favorisce la circolazione sanguigna; la noce moscata, il pepe, la cannella, lo zafferano, i chiodi di garofano, fragranze speziate che inebriano con le loro intense profumazioni. Queste spezie, oltre ad essere considerate uno dei più potenti afrodisiaci naturali, apportano principi nutritivi, vitamine e minerali utili nella digestione e nel metabolismo cellulare.

Lo zenzero è uno stimolante generale ed un efficace ricostituente contro l’affaticamento, l’astenia e l’impotenza. Nella medicina orientale, viene considerato una spezia “calda”, che stimola la circolazione, rilassa i vasi sanguigni periferici, impedisce il vomito, ha effetto spasmolitico, favorisce la digestione, è antiflatulente ed antisettico.

Le ostriche sono famosissime per le loro virtù afrodisiache grazie ai sali minerali che contengono e, soprattutto, al glicogeno, elemento fondamentale per la contrazione muscolare. Alimentandosi con questi cibi si stimola non solo il nostro cervello, cui diamo un grande apporto di fosforo, ma anche il nostro desiderio. Sono ricchissime di potassio, sodio, ferro, calcio fosforo e di vitamina A.
Conosciamo bene gli effetti positivi di tali nutrienti sulla nostra salute.

 

E… ovviamente il cioccolato!

È un induttore di felicità, per questo il suo consumo in momenti difficili della vita aumenta in larga misura. La cioccolata facilita la produzione di endorfine, sostanze prodotte naturalmente dal cervello, che hanno un’azione simile a quella della morfina: stimolano le sensazioni di euforia e attenuano il dolore. È presente, inoltre, una certa quantità di feniletilamina, la stessa sostanza chimica che produce il cervello quando ci innamoriamo e che è presente anche nel formaggio. Gli zuccheri semplici aumentano il livello di serotonina nel sangue, la serotonina agisce sul tono dell’umore migliorandolo, in più il cioccolato contiene magnesio, indispensabile per vari processi metabolici. Contiene anche alcaloidi che agiscono a livello del sistema nervoso, come la caffeina e la teobromina, che hanno un effetto positivo sulla concentrazione mentale e agiscono anche a livello cardiocircolatorio e muscolare.

Un rinvigorente noto sin dall’antichità, soprattutto in Oriente, è il ginseng.

Anche il vino, si dice essere un buono stimolante, perché ha proprietà rilassanti e aiuta a disinibirsi. Ma attenzione, bianco o rosso che sia, se consumato in eccessiva quantità, porta una grande sonnolenza e addio notte di passione.

 

Alcuni consigli utili per un menù perfetto

Innanzitutto non dobbiamo dimenticare che una ricetta può essere “erotica” anche perché stimola i sensi dell’olfatto, della vista, del gusto; un menu afrodisiaco, anche se composto da piatti semplici, dovrebbe essere pertanto una vera festa dei sensi, ricca di colori e profumi.
Un altro punto importante è quello della digestione, le porzioni devono essere equilibrate, né troppo scarse né abbondanti, l’eccesso di cibo provoca una digestione lenta e senso di stanchezza.
Un menù a base di pesce è l’ideale. Le bollicine non devono mancare…lo champagne per cominciare, o uno spumante italiano, poco ma buono. Si può cominciare con delle ostriche allo champagne e a seguire delle pappardelle al tartufo; qualcosa di piccante non deve mancare, potrebbe essere un piatto a base di gamberi e rucola, con l’aggiunta di peperoncino; un secondo di pesce e per finire una piccola porzione di mousse o bavarese al cioccolato.

Il rapporto con il cibo è, quindi, un viaggio senza carta geografica; una navigazione a vista o a naso attraverso la memoria olfattiva, strettamente legata ai nostri ricordi.

Ma nel giorno degli innamorati, con o senza cibi afrodisiaci, auguro a tutti l’innamoramento verso se stessi, unica via per intraprendere un cambiamento.

Buon cammino!

Dott.ssa Maria De Marinis

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GenoFood

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Il sistema GenoFood nasce per offrire uno strumento pratico ed innovativo che individua eventuali modificazioni nei geni che regolano le diverse aree del metabolismo.

Il test del DNA permette di elaborare una alimentazione “AD HOC” per ogni individuo, unendo al concetto di dimagrimento quello di benessere generale. l patrimonio genetico di ognuno influenza il modo di metabolizzare gli alimenti, eliminare le tossine ed accumulare i grassi.

Per maggiori informazioni compila il modulo di contatto cliccando qui oppure chiamami al 327 4517803

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Diamoci una mossa

diamoci una mossa

Se fossimo in grado di fornire a ciascuno la giusta dose di nutrimento ed esercizio fisico, avremmo trovato la stradadella salute.
Ippocrate (460-377 a.C.)

L’invecchiamento della popolazione, la prevalenza dei fumatori e l’adozione di stili di vita non adeguati causati dalla progressiva industrializzazione, dalla riduzione dell’attività fisica e dalla maggiore disponibilità di cibo contribuiscono a spiegare l’incremento di nuovi casi di malattie cronico-degenerative e neoplasie. In particolare tumori del colon, del polmone, della mammella e della prostata sono quelli più frequenti nella popolazione. Sono molte le evidenze scientifiche che mettono in relazione l’incremento dell’incidenza di neoplasie con il sovrappeso, la vita sedentaria, l’eccesso nel consumo di bevande alcoliche, carni rosse (specie se conservate) e grassi animali.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ritiene che in Europa l’inattività sia responsabileogni anno di un milione di decessi(il 10% circa del totale).Si stima che all’inattività fisicasiano imputabili:

  • il 10% dei tumori del colon
  • il 9% dei tumori al seno
  • il 5% delle malattie delle coronarie
  • il 7% dei casi di diabete di tipo 2

Inoltre la sedentarietà è in aumento trabambini e adolescenti. Solo il 34% degli adolescenti europei di età compresa tra13 e 15 anni è fisicamente attivo ai livelliconsigliati dalle linee guida dell’OMS. (Fonte: Strategia per l’attività fisica OMS 2016–2025)

Indubbiamente tra i Benefici dell’attività fisica c’è il mantenimento o riduzione del peso corporeo e quindi anche dell’Indice di Massa Corporea IMC. Se volete scoprire se siete obesi o sovrappeso, potete calcolare da voi il vostro Indice di MassaCorporea o BMI (Body Mass Index), che vi permetterà di avere una definizione indicativa delvostro peso corporeo. Il BMI si calcola in questo modo:

Peso (in Kg) : altezza (in m) : altezza (in m) = BMI

Per esempio, una donna che pesa 75 Kg ed è alta 1,68 ha un BMI uguale a:

75 : 1,68 : 1,68 = BMI 26,58.

Un BMI compreso tra 25 e 29,9 indica sovrappeso, uno compreso tra 30 e 40 (o più) indica obesità (di I, II o III grado).

Ma muoversi con una certa frequenza aiuta anche a bruciare le calorie in eccesso prima che si trasformino in grasso, aumenta la massa muscolare e quella ossea. rafforza il sistema immunitario e aumenta il benessere mentale e psicologico.Inoltre favorisce una funzione molto importante: la socializzazione e, durante l’adolescenza, mette ogni ragazzo in condizioni di sviluppare armoniosamente il fisico e di crescere in modo sano.

Spesso le persone si mettono a dieta, a volte anche molto restrittiva (eccessivamente ipocalorica)
perché ritengono che mangiare poco e fare la fame sia l’unica soluzione per perdere peso. Nulla di
più sbagliato. Per dimagrire occorre mangiare e muoversi nel modo giusto. I soggetti sovrappeso oobesi che vogliono veramente dimagrire e guadagnare salute devono necessariamente agire su 2
fronti: alimentazione e attività fisica, entrambe adeguate e personalizzate. L’attività fisica è indispensabile se si vuole dimagrire correttamente e far sì che gli effetti permangano nel tempo.

Quale attività fisica fare? Quella che è più consona alla vostra costituzione, alla vostra passione, alla vostra curiosità! Quella che vi soddisfa, quella che vi fa divertire… sì perché, se non vi divertite mentre vi allenate sarà dura guarire dalla “divanite”!

Buon divertimento!

Dott.ssa Maria De Marinis

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L’acqua come alimento

acqua

Ciò che rende il deserto bello è che da qualche parte nasconde un pozzo.
Antoine de Saint-Exupery

Acqua: elemento primario, essenziale, fondamentale, compagna di vita.

Tra i vari fattori che concorrono positivamente al raggiungimento di uno stato di salute ottimale, un posto di primaria importanza, tra quelli nutrizionali, spetta all’idratazione.

Soddisfare il fabbisogno idrico dell’organismo è una necessità quotidiana irrinunciabile; durante la nostra vita consumiamo l’equivalente di acqua di 600 volte il peso corporeo.

Tutte le cellule del nostro organismo necessitano di acqua per esplicare le loro funzioni vitali; attraverso il sangue ed il sistema linfatico l’acqua trasporta nutrienti e ossigeno alle cellule e rimuove i prodotti di rifiuto. Regola il volume cellulare, la temperatura corporea ed è indispensabile per la digestione.

Il fabbisogno idrico totale giornaliero varia per ogni individuo a seconda dell’età, del sesso, del quoziente energetico, del contenuto minerale della dieta, della temperatura e dell’umidità ambientale, dell’intensità e del tipo di attività fisica e della temperatura corporea.

I Livelli di Assunzione Giornalieri Raccomandati di Energia e Nutrienti per la popolazione italiana (LARN) ci suggeriscono di bere 1 ml di acqua ogni kcal consumata. Più semplicemente si può applicare la seguente formula: peso corporeo in kg x 0,03 = litri di acqua necessari quotidianamente. Quindi, per un uomo di 80 kg sono necessari 2,4 litri di acqua al giorno. Dal fabbisogno, togliamo l’acqua “endogena” e l’acqua ricavata dai cibi per un totale di circa 0,4-0,6 litri perindividuare la quantità opportuna di Acqua giornaliera (da 1,4 a 1,8 litri).

È particolarmente importante aumentare l’apporto idrico durante i mesi estivi e quando si fa sport, in modo da recuperare l’acqua persa con la sudorazione. La necessità di acqua aumenta anche in tutte le occasioni in cui si ha un incremento della sudorazione, oltre all’attività fisica: stati febbrili e climi particolarmente caldi. Nel caso di perdite idriche dovute a diarrea o vomito.

L’acqua che beviamo non è solo composta da idrogeno e ossigeno, ma essa è una soluzione di minerali e di conseguenza un vero e proprio alimento che la natura ci offre.

I minerali disciolti nell’acqua, presenti in quantità diversa a seconda della provenienza dell’acqua, sono assorbiti dal nostro organismo allo stesso modo in cui vengono assimilati i minerali presenti negli alimenti.

Le ultime Linee Guida dell’INRAN (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione) hanno aggiunto il capitolo che sancisce proprio l’importanza dell’idratarsi in modo corretto. Anche nella nuova piramide alimentare della Dieta Mediterranea moderna, edita dall’INRAN nel 2009, alla base è stata inserita l’acqua.

L’acqua che si beve appartiene a categorie diverse: acqua di rubinetto, trattata (purificata, filtrata, gasificata), di sorgente e acqua minerale naturale.

Acque trattate ed acque minerali hanno valenze molto diverse: le prime rispondono ad una esigenza primaria quale quella di bere; le seconde, oltre a dissetare, svolgono un ruolo salutistico che varia da acqua ad acqua, in base alla singola, specifica composizione chimico-fisica.

In gravidanza, per esempio,si consiglia di bere 2 litri al giorno di acqua con un valore di residuo fisso inferiore a 200 mg/l e con valori di nitrati non superiori a 10 mg/ alternandola con acque calciche.

Durante l’allattamento l’apporto idrico deve considerare l’aumentato fabbisogno di minerali, soprattutto di calcio, oltre al ripristino della quota di liquidi persa con l’allattamento stesso. L’accorgimento è di alternare un’acqua oligominerale con una a media mineralizzazione calcica e/o ferruginosa.

Per la diluizione dei latti in polvere la scelta obbligata ricade su acque minimamente mineralizzate, praticamente prive di Sali per non alterare la formula appositamente bilanciata dell’alimento.

Lo sportivo, al termine della gara o dello sforzo, trae vantaggio dall’uso di un’acqua mineralizzata, bicarbonato-alcalino-terrosa, sia per reintegrare la perdita di liquidi e di Sali dovuta alla sudorazione, sia per favorire l’eliminazione delle scorie azotate e correggere l’acidosi determinata dalla fatica muscolare.

In tutte le forme di stipsi è di fondamentale importanza un corretto apporto di fibre e soprattutto di acqua. Sono particolarmente indicate quelle acque fortemente mineralizzate, cloruro sodiche e ricche di ioni solfato, magnesio e calcio.

Il consumo di un’acqua con caratteristiche particolari non è privo di controindicazioni, quindi è saggio consultare il medico.

Infine la presenza di nitrati nelle acque può diventare un pericolo per la salute. I nitrati sono sostanze presenti normalmente in concentrazioni minime e non pericolose. Tuttavia il massiccio impiego di fertilizzanti in agricoltura può causare la penetrazione nel terreno di questi ed altri composti azotati, con conseguente inquinamento delle falde acquifere. Se assunti in eccesso i nitrati possono seriamente ostacolare il trasporto di ossigeno nel sangue, con conseguenze pericolose soprattutto per i neonati.

Curiosità: sapevate che in ristoranti e locali di tendenza “WATER BAR” esiste la carta delle acque? E con tanto di Sommelier dell’acqua minerale!

Liquido trasparente, incolore, inodore, insapore, sfuggente, impalpabile, neutro per natura, eppure nel mondo post-moderno in cui tutto diventa anzitutto immagine, anche l’acqua ne ha trovata una e da neutra è diventata “polisensoriale“.

Bere un bicchiere d’acqua non è più semplice come bere un bicchiere d’acqua …

à la santé!

Dott.ssa Maria De Marinis

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Come superare il pranzo di Natale e vivere felici

pranzo natale

Le cose più belle della vita o sono immorali, o sono illegali, oppure fanno ingrassare.
George Bernard Shaw

Natale, non necessariamente fa rima con ingrassare anche se alleggerire il pranzo più famoso dell’anno non è impresa da poco!

Non è facile ma nemmeno impossibile.

La strategia è seguire alcuni semplici consigli da tenere nella “cassetta degli attrezzi” per affrontare la festa più tradizionale dell’anno con gusto ma senza appesantirsi, magari rimanendo aderenti al percorso dimagrante, se ne state seguendo uno.

Il segreto sta tutto nel fare le giuste scelte a tavola magari seguendo questa semplice lista di consigli per godervi al meglio le feste:

Ricordatevi che la tavola natalizia è soprattutto convivialità. Provate allora durante il pranzo a concentrare l’attenzione sulla conversazione, in modo che il cibo non sia la sola priorità. Giusto concedersi degli sfizi ma evitate di mangiare come se non ci fosse un domani.

Evitate di mangiare fuori pasto. Durante le festività natalizie i pranzi e le cene sono molto abbondanti e ricchi, cercate quindi di limitare le calorie tagliando almeno i dolciumi e gli snack extra durante la giornata.

Cautela con l’aperitivo, perché piluccando noccioline, patatine e finger food si fa il pieno di calorie prima ancora di sedersi a tavola. Servitevi il cibo su un piattino senza tornare a riempirlo in seguito, aiuterà a prendere coscienza di quanto avete già mangiato.

Verdure a volontà! Consiglio di preparare coppette di cruditè: carotine, sedano, finocchio, il tutto tagliato a bastoncino da consumare prima del pranzo così da modulare l’assorbimento di grassi e di zuccheri e aiutarvi a sentirvi più sazi evitando di arrivare affamati. I carciofi, poveri di calorie e ricchi di sostanze benefiche, favoriscono la digestione e la depurazione.

Se siete voi a decidere il menù natalizio cercate di trovare un compromesso fra gusto e leggerezza. Preferite decisamente la qualità alla quantità e calibrate con particolare attenzione i condimenti. La prima buona idea per rendere più leggero il pranzo, per esempio, è quello di abolire dagli antipasti burro, maionese e altre salse a base grassa che si possono tranquillamente sostituire con ricotta cremosa, paté di olive e preparazioni a base di yogurt, erbe aromatiche e capperi. Alle pizzette di sfoglia molto burrose preferire delle bruschette preparate con pane integrale e verdure fresche di stagione.

Cercate di non esagerare con l’alcol, non solo perché fa male alla salute, ma anche perché oltre a contenere calorie “vuote”, cioè calorie che non apportano nutrienti ma che fanno ingrassare, abbassa anche i livelli di leptina (l’ormone della sazietà). Inoltre vi renderà meno lucidi e quindi più vulnerabili alle tentazioni del cibo.

Evitate di saltare i pasti. Spesso il ritornello dopo un pasto abbondante è: “Domani digiuno!”. Compensare con il digiuno non è una strategia vincente. Dopo un pranzo luculliano fate seguire la cena e il pranzo successivo da un pasto leggero con frutta, verdura ed alimenti integrali e ricchi di antiossidanti ma non saltate i pasti, si rischia di cadere nella “fame nervosa”.

Mai dimenticare di fare attività fisica: subito dopo il pranzo non cedete alla tentazione di stare seduti al tavolo o peggio ancora di sdraiarvi sul divano, una passeggiata aiuta a digerire meglio. Le vacanze non devono essere un incentivo alla pigrizia, anzi possono diventare un’occasione per muoversi di più e bruciare subito le calorie di troppo e per restare in forma. Ricordate però che l’attività fisica aiuta, ma non è la panacea che ci permette abbuffate senza limite…

Infine, non tenete gli avanzi e non comprate dolci in offerta dopo le feste… Concedetevi panettone, pandoro e altri alimenti tipici delle festività solo nei giorni di festa, evitando magari di mangiarli quotidianamente nei giorni successivi, in particolare a colazione o a merenda.

Ricordate che non necessariamente si ingrassa tra Natale e Capodanno, ma le buone abitudini e la costanza degli altri giorni tra Capodanno e Natale ci permetteranno di vivere serenamente questo periodo di festa.

… che sia un Natale di Gioia per tutti voi!

Dott.ssa Maria De Marinis

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Aspettando Natale

natale

Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni
Oscar Wilde

Il Natale è ormai alle porte. Da settimane respiriamo l’aria di questa felice festività.
Luci, addobbi e canti natalizi ci circondano, per non parlare di quell’aroma di panettone appena sfornato e delle delizie di cioccolato che ad ogni angolo di strada fanno venire l’acquolina in bocca.

Qualche anno fa è stato pubblicato un lavoro sul N Engl J Med (Studio prospettico sull’aumento di peso delle vacanze) da cui è risultato che più della metà del peso che acquistiamo durante l’anno viene per un buon 12% dalle festività natalizie!

Nell’immaginario collettivo un aumento di peso è normale con l’inverno: saranno mica quei “piccoli” sgarri dal 2 di dicembre al 6 di gennaio a fare la differenza! Quanti di voi danno la colpa al freddo e al corpo che si protegge per la stagione invernale? Falso, non siamo gatti!

Non ci credete? Conoscete il Giappone?

Sappiamo tutti quanto laborioso e preciso sia il popolo giapponese, esempio stimato da tutto il mondo per la correttezza con cui si distingue in tutti i campi. Eppure, nonostante tutto, c’è un periodo dell’anno in cui il ferreo equilibrio che muove gli ingranaggi della loro economia subisce un black out quasi totale. Trattasi della Golden Week, ovvero la settimana d’oro che si celebra in primavera. Tutta la Nazione entra in festa, è uno spettacolo inusuale e originale.

Ebbene, è in questo periodo che si registra un aumento di peso nella popolazione giapponese, non in inverno!

La dura verità è che sono proprio le feste a farci ingrassare, cioè… contribuiscono a quel 12% in più!

Superficialmente parlando la spiegazione sembrerebbe fin troppo banale. Si mangia di più, si beve di più, ci si muove meno, il pancreas soffre ed il colesterolo se la ride. Il problema è molto più complesso.

La composizione dei cibi presente sulle tavole delle feste è più allettante per il nostro cervello, piuttosto che un gambo di sedano… e questo è il frutto di milioni di anni di evoluzione.

La vicinanza al cibo con porzioni super size, etichette colorate, sapori diversi crea quello che viene definito “ambiente obesogeno”. Raggiunta la sazietà, continuare a mangiare sarà sicuramente più facile con i cibi a portata di mano!

Difficoltà a capire quando siamo sazi. Il centro della sazietà è una struttura anatomica che si trova nel tronco cerebrale, riceve informazioni dal nostro tratto digestivo, viene informato sul cibo che abbiamo ingerito ed utilizza tutti questi dati per determinare la sensazione di pienezza. Peccato che il senso di sazietà non dipenda dal numero di calorie ingerite! Anzi, più il cibo è calorico, meno acqua e fibre contiene, minore sarà il senso di sazietà.

Non disperate, il prossimo articolo vi fornirà delle strategie per combattere i meccanismi del nostro cervello e vivere in maniera serena questo periodo dell’anno, sempre con il sorriso!

Dott.ssa Maria De Marinis

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Opportunità, non punizione!

opportunita

Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi (A. Einstein)

Nelle società occidentali, i problemi di eccesso di peso e obesità sono in rapida crescita. Al contempo, aumentano anche i disturbi dell’alimentazione, come l’anoressia, che possono invece portare a stati pericolosi di sottopeso. Inoltre è sempre più in crescita la tendenza a intraprendere scelte alimentari inusuali, finalizzate a migliorare lo stato di salute, ma non sempre basate su informazioni corrette e consapevoli.

Come mai, nonostante tanti interventi di educazione alimentare e una buona conoscenza di cosa sia giusto o meno mangiare, non sempre riusciamo a seguire un regime nutrizionale adeguato?

Nell’ambito dei problemi alimentari e di peso, solo raramente le difficoltà sono legate esclusivamente alla dieta; talvolta la situazione è complicata da difficoltà personali, sociali e spesso dalle cattive abitudini, quel dialogo interiore che ti dice, ma si dai, hai SEMPRE fatto così…

Quelle abitudini che ti lasciano nella tua comfort zone.

A complicare ulteriormente la questione, si aggiunge il fatto che in Occidente esiste un vero e proprio business del cibo che si adopera per produrre cibi sempre più sofisticati e appetibili, fortemente sponsorizzati dai mass media, con lo scopo di spingere i consumatori a mangiare in eccesso.

Dall’altro lato c’è invece la diet industry che promette di riportare in forma rapidamente, facendo leva sul bisogno sociale di magrezza e di bellezza, anch’esso fortemente promosso dai mass media

È una situazione fortemente contraddittoria che complica il raggiungimento del benessere fisico.

Eppure, una delle parole greche più conosciute, negli ultimi tempi, credo sia δίαιτα (dìaita) da cui il termine dieta!

A questa parola abitualmente diamo un significato privativo; ma è bene sforzarsi di utilizzarla nel suo significato letterale, cioè stile, tenore di vita, modo di vivere volto alla salute.

La dieta non deve essere una terapia dimagrante straordinaria, ma un ordine da osservare con diligenza per aver cura costante della propria vita.

La spinta motivazionale ad iniziare questo percorso di cambiamento non deve essere “mi metto a dieta”, ma “mi metto in gioco”!

Mettere in gioco se stessi per adottare un nuovo stile di vita fatto di sana alimentazione e movimento, utile a favorire un profondo stato di benessere psico-fisico.

Se è vero, come è vero, che il ruolo del nutrizionista è trasmettere, grazie a scienza e conoscenza, una coscienza alimentare fondamentale per il benessere di ognuno di noi, allora quello a cui dobbiamo tendere, tutti noi, è il cambiamento verso un percorso alimentare, un cammino di conoscenza: imparare ad ascoltare il proprio organismo aiutandolo, con i giusti alimenti, a svolgere al meglio le sue funzioni fisiologiche.

Un’opportunità per prestare attenzione a se stessi e al proprio corpo, imparando quando necessitiamo di cibo per stare bene distinguendolo dal bisogno di qualcosa di diverso.

Buona dieta a tutti, come opportunità non come punizione e sempre con il sorriso!

Dott.ssa Maria De Marinis